2 milioni 609 mila. Questo il numero
ufficiale diffuso dall’ISTAT relativo ai disabili in
Italia, con una percentuale che si aggira intorno al
4,8% per i disabili con un’età che dai 6 anni in su
vivono in famiglia e balza al 18,8% se si fa riferimento
agli ultra sessantacinquenni.

Tuttavia la stima appare assolutamente
minore rispetto a quanto è possibile rilevare attraverso
una serie di altri canali. E’ lo stesso Ministero della
Solidarietà che insieme all’Istat afferma che già nel
2004 i destinatari di pensioni di invalidità siano stati
di gran lunga superiori ai 4,8 milioni rilevati, con l’OMS
che parla di una percentuale di invalidi che si aggira
addirittura intorno al 10% della popolazione.
Nonostante tali cifre, la disabilità in
Italia non sembra destinataria di risorse significative
né di un impegno continuato e significativo nel
superamento degli ostacoli che impediscono una
conduzione di vita coerente con le proprie
potenzialità. A dichiararlo apertamente sono le
associazioni di disabili: Pietro Barbieri, presidente
della Fish, la Federazione italiana superamento handicap
composta da 34 associazioni nazionali che si prendono
cura di epilettici, cerebrolesi, Down, artistici, è
netto “l'inserimento sociale dei disabili in Italia
funziona male” e le misure previste per agevolare una
piena inclusione dei soggetti disabili accrescono la sua
prerplessità” «Esistono ancora oggi strutture segreganti
che prelevano ingenti risorse statali. Penso a Serra d'Aiello,
in Calabria, all'Istituto Vaccari di Roma, al Piccolo
Cottolengo di Tortona. Noi vorremmo che i finanziamenti
pubblici fossero impiegati per includere, non per
escludere. I disabili devono poter stare in mezzo a
tutti gli altri. L'integrazione va cambiata con
l'inclusione. Non si può pensare, per aiutarli, di
aggiungere nuove tasse: i cittadini si ribellerebbero».
Sulla stessa lunghezza d’onda sono anche i
rappresentanti di altre associazioni di categoria. Il
presidente della Fand, la Federazione delle 5
associazioni storiche di ciechi, invalidi civili e sul
lavoro, mutilati per servizio e sordomuti, Giovanni
Pagano continua ad evidenziare quanto siano
insignificanti i contributi destinati alla disabilità:
«Un disabile grave, con un'invalidità del 100 per cento,
riceve dallo Stato 8,4 euro al giorno. Non siamo ancora
riusciti a far capire al Governo che non si può vivere
così». Per Tommaso Daniele, in testa all'Unione italiana
ciechi e ipovedenti (Uic), la nota dolente è il lavoro.
Seicentomila disabili sono iscritti nelle liste di
collocamento mirate, 400 mila soltanto al Sud. Il loro
tasso di disoccupazione sfiora il 70%, contro quello
ordinario del 5,6%. Daniele precisa: «I ciechi che
lavorano sono quindicimila su 380 mila. Per noi la
tecnologia sta diventando un nemico. La funzione del
centralinista, che per legge ci deve essere riservata
nel 51% dei casi, è sempre più spesso assolta da dischi
automatici. Nei call center il problema è il precariato.
Anche la professione del fisioterapista, un tempo a noi
congeniale, ci viene pian piano estromessa da tecnologie
sempre più sofisticate».
E tuttavia le percentuali relative ai
disabili non sono certo quelle di una popolazione che
tende ad emarginarsi ed escludersi dalla vita sociale,
anzi… Il 22% dei disabili sotto i 44 anni legge i
giornali quasi tutti i giorni (gli altri sono il 34%). E
il 39% usa spesso il computer (le persone senza
disabilità sono il 54%). Nel campo dell’Istruzione si
rileva che al 2000 al 2005 gli iscritti all'università
sono addirittura raddoppiati: erano 4.813, sono
diventati 9.134. Il Miur parla di «incremento relativo»
del 90%. Alle scuole dell'obbligo statali, nel 2005 gli
alunni disabili sono stati 178.220, pari al 2%, il
doppio rispetto al lustro precedente. E tuttavia se sui
treni Eurostar continuano ad esserci soltanto due
posti riservati per cui solo il 13,7% delle persone
diversamente abili ha preso il treno, contro il 31,2%
degli altri, mentre sugli aerei non è permesso portare a
bordo le carrozzine (disposizione Iata), il merito di
tale crescita non è certo imputabile ad un qualche
intervento da parte di istituzioni e soggetti aziendali,
ma solo alla strenua volontà da parte dei disabili di
sentirsi pienamente inclusi nelle dinamiche sociali del
mondo in cui vivono.
Fonte: Corriere.it